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Colori naturali nel tessile - lettera alla redazione
09/09/2010 - -
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(2362 letture)
Spett. redazione,
mi meraviglio che Terra Nuova abbia pubblicato informazioni sulle tinture vegetali così superficiali ed assolutamente non vere. Nell'articolo "Vestirsi per l'estate" di Gabriele Bindi vi sono delle affermazioni assurde e false.

 Si riporta l'opinione, della titolare di un industria tessile, tanto superficiale quanto non veritiera secondo la quale le tinte vegetali non sopportano luce e lavaggi.
Consiglierei alla signora di andare a visitare un qualsiasi museo di tessili e dare un'occhiata alla brillantezza dei colori su tessuti che hanno centinaia di anni. D'altro canto non possiamo sapere come saranno i suoi colori chimici tra 50 o 100 anni.
Si preoccupa inoltre della mordenzatura, che è assolutamente innocua soprattutto se si paragona alla tossicità dei colori chimici le cui industrie, non dimentichiamolo sono le più grandi distruttrici del Pianeta. Ultima ma non certo meno scioccante affermazione è quella sulla presunta distruzione della foresta amazzonica. Evidentemente ignora che una buona parte delle materie tintorie vengono coltivate, mentre un'altra viene raccolta nelle foreste dando lavoro a chi vive in queste zone.
Nella nostra ormai ventennale esperienza in India, gli abitanti delle foreste pre-Himalayane raccolgono la Robbia Cordifoglia (rosso), che si riproduce senza intervento dell'uomo; la stessa cosa per la Butea Frondosa (arancio), i cui fiori inondano le foreste e vengono raccolti da terra, o ancora la Sapindo Mucorossi (Reeta), con i suoi abbondantissimi frutti; la Curcuma, facilmente coltivabile. Indaco ancora coltivato nell'India del sud ecc.
Certamente il giornalista non conosce minimamente l'affascinante mondo dei colori vegetali, gli unici coloranti eco sostenibili. Nell'articolo inoltre si manifesta la preoccupazione che le tinte naturali possano dare diffuse allergie, in realtà le piante coloranti hanno tutte anche proprietà medicinali di altissima qualità, non si è mai sentito di allergie a curcuma, indaco, robbia, iperico, alcanna, melograno, margosa (Neem) zafferano ecc., ovviamente salvo casi eccezionali. Perché dare informazioni così erronee su un giornale che si definisce ecologista? Una svista o che cosa? Vi esorto ad informarvi più attentamente e propongo di pubblicare ogni mese una dispensa su ogni pianta tintoria spiegandone tutte le sue proprietà e qualità. Faccio un appello a tutti colori che si occupano di tinture vegetali di organizzarci per far valere la bontà ed efficacia di queste tinture che rispettano la Natura e pertanto tutti gli esseri viventi.
Cordiali saluti,
gruppo Amrapur

Risponde Gabriele Bindi, autore dell'articolo.

Sono sinceramente rimasto sconcertato dalla sua valutazione dell'articolo. Ma non si preoccupi, mi unisco volentieri alla sua proposta di un appello per una maggiore conoscenza delle tinture vegetali. Personalmente ho conosciuto abbastanza da vicino le piante tintorie, sia per un utilizzo nel campo del tessile, con la riscoperta del guado coltivato nell'area del Montefeltro, sia per applicazioni bioedili e artistiche, su cui ho scritto più volte su questa rivista. Su mio suggerimento Terra Nuova tra l'altro ha scelto la sede del Museo dei Colori Naturali di Lamoli per l'incontro annuale dei lettori lo scorso giugno.
Tornando all'articolo, l'autore si è principalmente occupato di mettere in guardia sull'utilizzo dei coloranti di origine sintetica e non per svalutare i coloranti vegetali. Lei potrà non condividere le affermazioni della signora Rustichelli, che peraltro è titolare di una delle poche aziende italiane che tinge al vegetale secondo la procedura del tessile biologico GOTS. Noi ci siamo limitati a dire che chi lavora nel tessile qualche dubbio ce l'ha e che le garanzie da parte del consumatore sono davvero poche per i capi presumibilmente tinti al vegetale provenienti dall'estero.
La materia è scientificamente complessa e non può essere liquidata secondo categorie spicciole di bene-male, buono-cattivo. Molti coloranti di origine vegetali non penetrano all'interno delle fibre ma hanno bisogno di mordenzatura, altri richiedono processi di sintesi con l'impiego di acidi forti, alcali e di catalizzatori contenenti atomi pesanti. Altri sono semplicemente fotosensibili o poco stabili, aspetto che personalmente non giudico in modo negativo.
La domanda che voglio farle è questa: chi è oggi che può garantire per un corretto impiego dei coloranti vegetali nel tessile? Possiamo fidarci ciecamente dei capi che vengono dai posti più rinomati come le famose tintorie e concerie di Fes? Credo che le piante tintorie possano essere utilizzate virtuosamente su scala locale. La resa del colorante per ettaro coltivato è davvero minima e condivido l'idea della titolare di Stellatex che non si possa tingere al vegetale su scala globale, perché sarebbe insostenibile.
Riguardo al mio lavoro continuerò ad informarmi e a confrontarmi con le ragioni degli uni e degli altri. Quando scrivo non do mai nulla per scontato. Sarò contento di verificare, come ho già fatto altre volte, che i colori vegetali sono preferibili. Non perché scrivo su Terra Nuova, ma perché i fatti me lo dimostrano.
Cordialmente,
Gabriele Bindi

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Ottimo Discreto Sufficiente Discutibile Pessimo
Ottimo Discreto Sufficiente Discutibile Pessimo
I VOSTRI COMMENTI:
  • 11/01/2012 - Chris topher Hefner

  • Tutte le notizie sulla scomparsa misteriosa di un disertore ?

  • 04/12/2010 - farfallablu

  • Ho letto con curiosita' sia la critica che la risposta ma non sono titolata per fare commenti a riguardo,mi chiedo solo,abbiamo bisogno di tutto questo abbigliamento?io credo basti guardare nei nostri armadi e siamo aposto per decenni...non c'e' piu' il problema colore naturale o di sintesi ne di inquinamento o riciclo.....

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