Il libro di Pietro
di Pietro Pinti
Terra Nuova Edizioni
pp. 216 - € 15.00
(prezzo per gli abbonati € 13.50)
Quando la famiglia di Pietro si trasferì alla Casa del Bosco, Pietro continuava ad andare a scuola. Poi morì all’improvviso suo padre. A Pietro toccò lasciare la scuola e andare a badare ai maiali. C’erano già pochi maschi nella famiglia, e ora che era scomparso il capoccio anche le femmine dovevano fare il lavoro pesante. A undici anni Pietro doveva pensare ai maiali, così la sorella che di solito se ne occupava era libera per lavorare nei campi. A volte Pietro osserva con un sorriso che se le sue sorelle fossero state invece dei fratelli, poteva avere completato la scuola. Ma lo dice senza illusioni. Sa che sarebbe stato difficile per lui finire gli studi, per quanto poteva averlo sognato. Solo dopo la guerra divenne possibile per il figlio di un contadino andare alla scuola superiore, perfino all’università. Quando Pietro era piccolo i tempi non erano ancora maturi e sotto il fascismo era dato per scontato che chi nasceva in campagna non doveva sperare di poterla lasciare.
Nel 1938 cominciai l’anno scolastico pieno di volontà e di ambizioni. Il governo aveva detto che avrebbe aiutato le famiglie numerose. Per qualificarsi ‘numerosa’ secondo il fascismo bastava che ci fossero cinque figli: nella mia famiglia ce n’erano otto, allora credevo di meritare ancora più aiuto. Le mie sorelle avevano già smesso di studiare, allora si divertivano a fare piani per il mio futuro. “Fai l’avvocato”, disse una, “così non ti potrà ingannare nessuno”. “No, sarebbe meglio fare il fattore”, disse un’altra, “così il padrone ti dà retta”. Mia madre voleva che diventassi medico, così quando uno della famiglia si ammalava non c’era da sborsare per il dottore e le medicine.
E io, che ne pensavo? Io avrei voluto studiare la storia e diventare professore. Ma stavo zitto, perché la mia famiglia pensava che era meglio studiare una materia che servisse a loro, la storia non serviva a niente ai loro occhi. Comunque tutti questi sogni andarono in fumo, perché all’improvviso mio padre morì di un ictus. Avevo undici anni e stavo a letto con l’influenza. Sentii la mamma che chiamava: “Sabo, Sabo”, come faceva ogni mattina quando era l’ora di alzarsi. Lui si alzò, si mise a sedere sul letto per mettersi gli zoccoli e ci rimase. Era giovane, aveva solo cinquantaquattro anni. Quando mi resi conto dell’accaduto mi sembrava di sognare, non volevo ammettere che era morto, volevo rimanere come se ci fosse sempre. Poi ci fu il funerale, ma io rimasi a letto.
Dopo il dolore e lo sbigottimento bisognava ricominciare la vita normale, il lavoro non ci aspettava mica. Il giorno dopo il funerale mio cugino Edoardo venne convocato allo scrittoio per parlare con il padrone, perché ormai era divenuto lui il capoccio, cioè il responsabile della famiglia e del podere. Il padrone gli disse che io dovevo smettere di andare a scuola per badare ai maiali. Prima lo faceva una delle mie sorelle, ma se io prendevo il suo posto lei poteva andare a lavorare nei campi.
Non vi posso dire quale sia stata le mia delusione, perché non studiare voleva dire continuare a fare il servo, come i miei genitori e tutti quelli della famiglia. Certo nel bosco non si può studiare la storia! Ad ogni modo mi fecero un paio di zoccoli e quello stesso novembre cominciai a badare ai maiali. Dovevo portarli al bosco sotto casa per qualche ora la mattina, e poi di nuovo nel pomeriggio. Li portavo alle querce, per mangiare le ghiande. Li portavo anche lontano da casa, fino alle Vie Piane, vicino alla Fonte di Sinciano. Quando veniva l’estate li portavo al borro, perché i maiali soffrono il caldo e stanno volentieri nell’acqua e nel fango. Di solito ero solo, ma a volte c’erano altri ragazzi con i loro maiali, allora li mandavamo a grufolare e ci si metteva a chiacchierare e a giocare. Mi ricordo che si fece un pallaio per giocare a bocce, ma le bocce non correvano dritto perché non erano tonde, le avevamo tagliate con la roncola.
Dovevo andare al bosco con i maiali ogni giorno, anche se c’era brutto tempo. Se faceva molto freddo mia mamma mi dava due fiammiferi dentro una scatola per accendere un fuoco. Provate a fare un fuoco con legna umida e due fiammiferi soli! Una cosa a cui bisognava stare attenti quando si portavano gli animali al bosco era di rispettare i confini. Per impedire questo inconveniente c’erano i guardia caccia e i guardia campestri. Non erano molto amati dai contadini, perché ci sorvegliavano e poi facevano la spia al padrone. Se un maiale o una pecora superava il confine, il guardia avvertiva il capoccio, e bisognava dargli qualcosa in dono, un fiasco d’olio, un pollo, due dozzine di uova, altrimenti raccontava il fatto al padrone.
I guardia erano pagati poco, così avevano ancora più motivo di fare la spia, quei diavoli. Almeno lo pensavamo allora che erano diavoli, ma ora mi accorgo che anche loro erano vittime del sistema e avevano figli da allevare come li avevano i contadini. Così andavo al bosco ogni giorno e imparavo a conoscerlo per filo e per segno, ogni borro, ogni castagneto, ogni vallatina. Anche adesso, quando Guido, l’erede del mio padrone, vuole accertarsi dei confini, chiama me, perché sono uno dei pochi rimasti che se ne ricordano. A quei tempi la famiglia Bigoli - questo era il cognome del mio padrone - aveva pezzettini di terreno sparsi per il bosco, un ettaro qua, un ettaro là. Dietro a questo c’è una storia lunga. Un secolo, due secoli fa, non si sa di preciso, uno della famiglia di Bigoli faceva il prete, si chiamava Torello...
Così all’età di undici anni Pietro iniziò la sua vita da contadino, che sarebbe continuata per altri trent’anni. Come abbiamo già detto, oggi è solito dire: “Ho avuto un grande privilegio, di cui nessun’altra generazione può vantarsi: sono nato nel Medio Evo e sono arrivato all’era del computer”. Ci si accorge quanto è vera questa affermazione leggendo le prossime pagine, dove Pietro racconta come viveva la sua famiglia prima della guerra. Sotto quasi tutti gli aspetti potrebbe essere benissimo la vita contadina di cinquecento anni fa.
Testo tratto da pagina 49 e seguenti del testo.