L'arma del vero amore
di Sister Chan Khong
Terra Nuova Edizioni
cod. EA051 - pp. 310 - € 14.00
(prezzo per gli abbonati € 12.60)
Subito dopo la fine della seconda guerra mondiale, nell’agosto del 1945, l’esercito guidato da Ho Chi Minh assunse il controllo del Vietnam, proclamò l’indipendenza e insediò il nuovo governo. L’errore più grande furono le detenzioni e le esecuzioni di centinaia di uomini politici, tanto collaborazionisti del regime coloniale francese quanto oppositori dei francesi che non si erano uniti al partito comunista. In risposta, contro i comunisti si formò il movimento dei ‘nazionalisti’, che in seguito ricevettero l’appoggio dei francesi. Mio padre, che aveva lavorato come decoratore sotto il governo francese, fu arrestato dai comunisti nel settembre del 1945, assieme a tutti i dipendenti del governo coloniale. Intanto, il nostro fratello maggiore Hung si era unito all’esercito popolare Viet Minh, e tutta la responsabilità della famiglia ricadeva su mia madre. Nello stesso mese di settembre gli inglesi, comandati dal generale Douglas Gracey, entrarono in Vietnam per accettare la resa dei giapponesi agli alleati.
Gracey fece rientrare in Vietnam molte unità militari francesi, con la copertura della bandiera inglese. Quindi liberò e armò tutti i francesi tenuti prigionieri a Saigon. Nel mese di ottobre, il generale francese Le Clerc entrò a Saigon con un esercito di 35.000 uomini per ricolonizzare il Vietnam con la forza.
La mia famiglia ricevette l’ordine del comitato del popolo del partito comunista di lasciare Ben Tre, che i francesi stavano per riconquistare. Suong, la nostra sorella maggiore, riuscì ad affittare delle barche sulle quali navigammo di villaggio in villaggio con tutti i nostri averi, finché arrivammo alla casa dei nonni ad An Dinh. Dopo essere stato detenuto per tre settimane, mio padre fu liberato assieme ad altre diciassette persone. Ma centinaia di altri, tra cui il marito della mia maestra di scuola, furono deportati e giustiziati. Papà riuscì a raggiungerci ad An Dinh. Davanti all’avanzata francese i comunisti si ritirarono nella giungla, e nel 1946 il Vietnam aveva due governi: i nazionalisti, sostenuti dai francesi, e i guerriglieri comunisti, che avevano il controllo dei villaggi.
Nel 1947 l’esercito francese prese An Dinh, che controllava di giorno, mentre di notte il villaggio era sotto il controllo del Viet Minh. I francesi arrestavano e giustiziavano pubblicamente sulla piazza del mercato i sospetti appartenenti ai Viet Minh, mentre i Viet Minh rapivano e uccidevano i presunti collaboratori dei francesi. Per non cadere nelle mani di una delle due fazioni, papà era costretto a nascondersi giorno e notte in una risaia o in casa di uno dei suoi ex mezzadri. Papà aveva visto tanti amici innocenti assassinati dai comunisti, e per questo non voleva unirsi a loro, ma non intendeva neppure collaborare con i francesi, per la crudeltà e la violenza che dimostravano nei confronti di chi sospettavano di simpatie comuniste.
Nel maggio del 1948 fu costituito a Saigon un governo filo-francese, e la nostra famiglia rientrò a Ben Tre dove sarebbe stata più al sicuro. I nostri risparmi erano finiti, e la mamma e le mie sorelle non riuscivano più a mantenere tutti con lavori di cucito e facendo il pane. Poco dopo essere ritornati a Ben Tre, Suong morì di appendicite. Io l’amavo e la ammiravo, e la sua morte in così giovane età mi addolorò enormemente.
Nel 1948 mio fratello Hung si staccò dai Viet Minh, riprese gli studi a Saigon e partì per la Francia dove si laureò in ingegneria all’università di Parigi. Anche il secondogenito, Nghiep, andò a Saigon e poi a Parigi per studiare ingegneria, ma al secondo anno di università abbandonò gli studi per cantare in un nightclub. Per una famiglia tradizionale vietnamita un figlio cantante è considerato una disgrazia, e papà smise di mantenerlo. Ma Nghiep perseverò nella sua decisione e la mia famiglia dovette arrendersi. In seguito divenne un cantante di successo e una ‘quercia’ come papà, un sostegno per tutta la famiglia. A quei tempi una ragazza di buona famiglia, onesta e con una buona istruzione, poteva fare un ottimo matrimonio, ma doveva parlare francese per essere considerata colta. La tradizione che si opponeva alla scolarità femminile si era indebolita, e papà poté iscrivere le cinque figlie più giovani a un liceo privato francese a Saigon. Mi iscrissi al rinomato liceo francese Marie Curie, e fui sempre tra le prime della classe.
La secondogenita, Yen, si era sposata e viveva a Saigon. Con lo stesso spirito di generosità dimostrato dai miei genitori che avevano ospitato dodici nipoti, mi invitò a stare da lei. I miei genitori le mandavano il riso per il mio mantenimento, e a me davano un po’ di spiccioli che in genere spendevo per comperare da mangiare per i bambini di strada. Papà era orgoglioso di me, e io facevo del mio meglio per meritarmi il suo orgoglio. A quindici anni davo ripetizione di matematica a ragazzi benestanti, e con i guadagni riuscivo a offrire una specie di ‘borsa di studio’ agli studenti poveri delle superiori. Non pensai mai di usare il denaro perme stessa: darlo a chi ne aveva bisogno era il risultato naturale dei semi di condivisione che i miei genitori e i nonni avevano piantato in me.
Durante l’ultimo anno di liceo mi innamorai della mia professoressa di filosofia, Madame Simon, una fervente marxista. A causa sua mi misi a riflettere se il marxismo poteva essere la via per sconfiggere la sofferenza e l’ingiustizia che vedevo ovunque. Ma vedevo tanti nord-vietnamiti fuggire al Sud, e sapevo che se abbandonavano la loro casa e i loro beni per sfuggire ai comunisti dovevano avere buone ragioni per temerli e odiarli tanto. Ricordavo ancora la prigionia di mio padre, quando avevo sette anni e tutte le uccisioni. I francesi arrestavano e uccidevano i loro oppositori, ma i comunisti non erano migliori. Come avevano potuto assassinare cento persone imprigionate assieme a mio padre, tra cui il marito della mia maestra, semplice impiegato comunale? Una politica che non rispettava i diritti umani suscitava profondi dubbi dentro di me.
Ricordo che i nostri genitori ci dicevano: “Oggi non comprate gamberi. Ieri i cadaveri dei soldati nazionalisti uccisi dai comunisti galleggiavano sul fiume”. Sapevamo che i gamberi si cibavano dei cadaveri. E quei morti sembravano sempre poveri contadini o semplici impiegati della locale amministrazione arruolati nell’esercito. Mi sembrava ovvio che i fucili non erano dalla parte dei poveri e che non avrebbero liberato il paese dall’oppressione. Era chiaro che morte e distruzione non avrebbero risolto niente. Gli uomini che uccidevano i soldati nazionalisti e i soldati stessi, erano poveri contadini, vittime dell’ignoranza e dell’ingiustizia sociale. Riflettei a fondo sulla giustizia e sulla società vietnamita. Volevo trovare un modo per aiutare gli oppressi che fosse migliore della violenza.
Come la maggior parte dei vietnamiti avevo ricevuto un’educazione buddhista, ma non avevo mai incontrato un buon maestro. Durante la resistenza contro i francesi, molti monaci e monache buddhisti del Vietnam del Sud erano stati incarcerati e uccisi per aver appoggiato la resistenza. I monaci della maggior parte dei templi della mia provincia natale, Ben Tre, non erano veri praticanti. Si limitavano a cantare ai funerali e a ricevere donazioni, e mi sembravano più interessati alla morte che alla vita. Nel 1957, quando avevo diciannove anni, arrivarono a Ben Tre due eccellenti monaci buddhisti. Avevano studiato entrambi alla pagoda di An Quang, a Saigon, e davano splendidi e toccanti discorsi. In quel periodo abitavo a Saigon, e ricordo che papà mi scrisse: “La mamma e io abbiamo preso i Cinque precetti da due monaci meravigliosi, e desidero che anche tu e il resto della famiglia prendiate i precetti”.
Avevo conosciuto solo monaci ‘di cerimonia’, perciò feci resistenza e ignorai la volontà paterna. Ma accettai di conoscere i due monaci al mio ritorno a Ben Tre, l’estate successiva. Posi al più anziano molte domande, ma le sue risposte mi sembrarono vaghe e insoddisfacenti. Alla fine mi disse: “Giovane signora, sono davvero molto occupato. Potresti discutere queste cose con Thay Thanh Tu”. Il monaco più anziano era stimato da tutti, ma Thay Thanh Tu mi fece un’impressione molto più profonda. Rispose alle mie domande in modo esauriente e molto gentile. Dopo molti incontri con lui chiesi di prendere i Cinque precetti, secondo la volontà di mio padre. Con mio stupore, rispose: “Non sono d’accordo. È meglio aspettare. Sei una ragazza decisa, e quando fai qualcosa lo fai totalmente. Ti consiglio di darti tempo per studiare i precetti e capirli bene, prima di prenderli”...
Testo tratto da pagina 16 e seguenti del libro.