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Riflessioni e consigli di un veterinario per accompagnare i nostri amici a quattro zampe negli ultimi giorni di vita. Un passo tratto dal libro...




Amici fino in fondo - Riflessioni e consigli di un veterinario per accompagnare i nostri amici a quattro zampe negli ultimi giorni di vita
di Stefano Cattinelli
Terra Nuova Edizioni
pp. 128 - Euro 9.00 - (prezzo per gli abbinati Euro 8.10)







... «Come le avevo detto al telefono, le ho portato questa povera bestiola per farle la “puntura”». L’uomo si tolse il cappotto e lo appoggiò sullo schienale della sedia. Era piuttosto alto, vestito in maniera elegante, con folti capelli grigi pettinati all’indietro. La cagnetta era entrata insieme a lui leggermente barcollando.

«Ah, sei tu!» dissi alla cagnetta, chinandomi per pettinarle all’indietro i ciuffi grigi che le coprivano leggermente gli occhi velati da una cataratta molto avanzata. «Com’è che ti chiami?». L’avevo vista più volte passeggiare lungo la strada che conduceva al nuovo ambulatorio che avevo aperto da alcuni mesi, e anche se il momento della nostra conoscenza non era dei più sereni, ciononostante ero piuttosto felice di fare quell’incontro.

«Meggy non ci vede quasi più» si affrettò a dirmi l’uomo «e neanche ci sente più» aggiunse. «Però “zampetta” ancora» dissi passandole delicatamente la mano lungo le ossa della schiena.
«Sì, sì... abbastanza; ma, come le avevo accennato al telefono, penso proprio che sia giunta la sua ora. Diversi anni fa avevo un altro cane e l’ho visto morire. Beh, non lo auguro a nessuno» aggiunse perentorio.
«Ha voglia di raccontarmi cosa è successo?» gli chiesi tentando di farlo accomodare.
«No, no grazie, preferisco stare in piedi. Mah,… non c’è molto da dire, nel senso che l’animale ha sofferto molto, tutto qui».
«E il veterinario le ha dato qualcosa per aiutare l’animale a fare questo passaggio senza dover necessariamente sperimentare il dolore?».

«L’iniezione letale, intende?».
«No, non intendevo quel tipo di sostegno, piuttosto delle essenze floreali o dei rimedi omeopatici, o più semplicemente degli antidolorifici che avrebbero potuto aiutare l’animale a soffrire meno» «No, no guardi, non penso che si possa aiutare l’animale in nessun altro modo se non praticandogli l’eutanasia. Ma soprattutto non ho intenzione di ripetere la stessa esperienza».

Esperienze negative che in passato hanno lasciato il segno: di nuovo resistenze. È un meccanismo di difesa quello che ci fa generalizzare un’esperienza che ci ha procurato una qualche forma di dolore. Lo stesso meccanismo di quando da piccoli ci si scotta, e si capisce che da allora in poi non ci si avvicinerà più al fuoco.
Il problema è che, essendo un meccanismo di difesa, la maggior parte delle volte, come dire, parte in automatico, senza cioè che ce ne rendiamo conto. È come se vedessimo piccoli fuochi dappertutto!

«Ah, ma questo è un rimedio omeopatico» mi disse un giorno un signore prendendo in mano la ricetta che avevo appena scritto.
«Sì, è omeopatico» gli avevo confermato.
«Ah, allora no; guardi, l’omeopatia l’ho già usata su di me, e ho visto che non funziona, quindi se mi da un farmaco normale sarei molto più contento». Rimasi un po’ perplesso di quella richiesta, perché sapevo che quel rimedio omeopatico avrebbe sicuramente funzionato meglio di qualsiasi altro farmaco chimico. Allungai la mano e presi il grande libro di farmacologia per cercare la medicina adatta al caso.

E nel passare meccanicamente il pollice e l’indice tra le pagine alla ricerca del farmaco giusto, mi venne in mente mio padre, il quale, anno dopo anno, si sottoponeva al moderno rituale del vaccino antinfluenzale. Non passava anno che non si prendesse l’influenza. «Forse è un altro virus; sai, nel tempo, si modificano; o forse ho fatto il vaccino troppo in ritardo» si giustificava.
Chiudendo la saracinesca dell’ambulatorio, quella sera, riflettendo su questi episodi, capii che esiste una sorta di sudditanza psicologica nei confronti della scienza medica; le si possono permettere tutti gli sbagli, anche quelli più grossolani come pure le truffe se non addirittura le morti, ma non si può mai affermare che sta sbagliando, o che non funziona. Dell’omeopatia invece sì che si può dire, eccome! Se un rimedio non funziona ecco che tutta la dottrina omeopatica viene messa in discussione; gli aghi della medicina cinese non danno i loro risultati? Ed ecco che l’agopuntura è inutile. La fragilità umana di fronte alla malattia rende tutti sostenitori del più forte, perché non si sa mai; forse un domani, potranno decidere di non curare quelli che hanno fatto uso di rimedi omeopatici o intrugli cinesi!

Più di una volta mi sono anche soffermato a discutere con qualche cliente sulla questione. «Mi scusi, ma se lei ha un dolore al ginocchio e prende un farmaco antidolorifico e questo non funziona come si sarebbe aspettato, perché non dice che la medicina ufficiale non funziona e che non prenderà mai più farmaci di sintesi? Perché invece nel caso dell’omeopatia non si colpevolizza l’inesperienza del singolo medico, o tutt’al più la ditta produttrice, e si tende invece a generalizzare precludendosi la possibilità di ulteriori esperienze? Da quanti medici, primari o specialisti si prende appuntamento per avere la migliore cura? Mentre dall’omeopata si va una sola volta, perché o quello è in grado di risolvere il problema o l’omeopatia non funziona. Questa io la chiamo sudditanza psicologica, non crede?!».

L’interlocutore non poteva far altro che annuire, perché anche lui conosceva delle persone che nelle loro menti possedevano questi strani meccanismi. Meccanismi di difesa; meccanismi di difesa applicati a quello che non si conosce. In altre parole: resistenze.
«Ma a quale esperienza si sta riferendo? Io non ero presente… l’altro cane non era questo e l’altro veterinario non sono io!» cercai di spiegare all’uomo dai capelli grigi che aveva condotto Meggy nel mio ambulatorio, mentre, a denti stretti, difendeva la propria posizione.
«No, veramente, non penso che sia giusto fare soffrire Meggy; non voglio essere egoista».
«Egoista? Ma cosa sta dicendo! Egoismo significa pensare a se stessi, quindi sta affermando che in questo momento non sta pensando a sé ma a Meggy? Ma crede veramente che la cagnetta non veda l’ora di ricevere una “puntura” per morire?»
dissi tra me e me, cercando di trovare una qualche via d’uscita a quella situazione assurda che mi faceva essere colui che finalmente incontrava la cagnetta dell’uomo dai capelli grigi che “zampettava” davanti all’ambulatorio da parecchi mesi e allo stesso tempo, la ruota di un ingranaggio basato sulle azioni di un concetto errato di egoismo.

Casi difficili; molto difficili; quasi impossibili. Non solo resistenze esterne (gente comune con le sue opinioni e i suoi giudizi, familiari e/o veterinari impreparati a lasciarsi coinvolgere o favorevoli all’eutanasia) ma anche resistenze interne come esperienze passate vissute negativamente; come generalizzazioni di singoli eventi che precludono a priori la possibilità di vivere delle esperienze che possano fare numero, che possano fare statistica.

Le resistenze ci sono per essere superate, perché solo nel loro superamento si acquisisce quella forza così importante per affrontare le successive sfide che la vita ci pone. La resistenza è appunto qualcosa che fa attrito, che si oppone al flusso del divenire, a quello che dovrebbe accadere ma che non vogliamo che accada, proprio perché anteponiamo tra noi e l’esperienza, una difesa.
È una zavorra che ci portiamo appresso, un peso che ci impedisce di muoverci liberamente nel completare con amore il rapporto con il nostro animale.

A volte queste resistenze non sono così evidenti, nel senso che sono un po’ nascoste e non ci rendiamo conto di averle, ma se solo ci concedessimo l’opportunità di riflettere sull’importanza di quello che stiamo facendo a quell’essere che ha delegato a noi la scelta della sua morte, ecco… sono sicuro che in un soffio, tutte le resistenze sparirebbero. Scomparirebbero perché per lui, per il nostro animale, per alcuni giorni, (il tempo necessario ad accompagnarlo nel suo ultimo viaggio), possiamo mettere da parte la nostra personalità e dedicarci completamente a quello che abbiamo deciso di compiere.

«Sa cosa mi ha aiutato molto, dottore?» mi disse una signora alla fine di un seminario sui fiori di Bach che avevo tenuto a Trieste «quando gli “ostacolatori” mi venivano a tormentare per dirmi che non era giusto tenere il cane ancora in vita, io ho preso Elm, Elm ed Olive, i fiori che oggi lei ha spiegato. Quelle fastidiose voci che mi impedivano di percepire profondamente l’esperienza che stavo facendo, in poco tempo sono del tutte sparite».

Guardavo quella signora mentre parlava del suo Luky; guardavo i suoi occhi, che riflettevano una viva luce sulla lacrima che piano piano gonfiava la parte inferiore della palpebra. Non c’era tristezza, no; era semplicemente qualcosa di molto intenso che aveva vissuto, qualcosa di difficile da raccontare a parole.

Un viaggio. Un’esperienza solitaria.
«Poi, quando quelle stupide vocine sono sparite, ho avuto la netta sensazione che anche lui si fosse rilassato più profondamente. E quella stessa notte si è addormentato per sempre».
Quelle personalissime vocine che tentano di impedirci di vivere pienamente la più grande esperienza con il nostro animale, sono delle resistenze. Quegli sciocchi impegni che ci distraggono o che ci portano lontani dal luogo del confronto, anche loro remano contro.
Quelle cose che improvvisamente non puoi rimandare e che invece, a rifletterci un po’ sopra, non sono così importanti quanto la tua presenza a fianco dell’animale, anche quelle ci tirano indietro. Resistenze, renitenze a confrontarci con una realtà che creerebbe un certo subbuglio nel nostro mondo emozionale.

Quando il giovane uomo seppe che la coniglietta nana aveva un tumore, mi prese in disparte, lontano, si fa per dire, dalla figlia e mi disse: «Senta dottore, non è che la può tenere qua lei e può farle la “puntura”? Così intanto a mia figlia le dico che la sta curando?».
«Beh, ma non penso che ci sia niente di male a dire che la coniglietta sta male e che sta per morire, non è mica qualcosa di cui vergognarsi?»
gli dissi alquanto stupito dalla richiesta.
«Sì, ma non è così facile, sa come sono i bambini, poi piangono, magari non capiscono».
«Ma, mi scusi se glielo chiedo, è per evitare queste banali “complicazioni” familiari che vuole coinvolgere anche me? Le sembra corretto?».

«No,… è che pensavo che lei potesse darmi una mano».
«Certo che gliela do» gli risposi di slancio «ma che sia un aiuto reale e concreto e non un telo che copra il tutto; non mi interessa essere complice di sotterfugi, ipocrisie e mezze verità. Un po’ di lacrime non hanno mai fatto male a nessuno».
«E allora lei cosa mi consiglia?».
«Intanto torni a casa con la coniglietta e dica a sua figlia la verità, e cioè che la coniglietta sta tanto male. Poi, magari domani me la riporta, in modo che la bambina si renda conto che la piccola Tippete è realmente ammalata, e poi, un po’ alla volta, la prepara al fatto che potrà morire. Penso che può raccontarle una storia oppure coinvolgerla in un disegno… non lo so, mi viene in mente che potrebbe disegnare con lei una farfalla che esce dal suo bozzolo, ad esempio. Per quanto cruda possa essere la realtà dei fatti, non penso faccia bene alla bambina evitare completamente il confronto con la morte. Anzi, credo possa essere un bel momento di vicinanza in famiglia».

Non si poteva certo dire che il ragazzo fosse contento di sentire quelle parole, ma indubbiamente era la cosa più sensata da fare in quel momento.E nel suo cuore anche lui lo sapeva. È come qualcuno che ci tira indietro, una forza che ci impedisce di vedere e vivere l’opportunità di crescita che la situazione può regalare. Una forza da vincere attraverso un certo sforzo. Tippete morì il giorno dopo, a casa sua. La bambina, personalmente, la avvolse in un panno rosa e la mise a dormire, protetta sotto i rami del grande ippocastano nel giardino di casa. Il disegno della farfalla rimase appeso per lungo tempo sopra la testiera del letto.

Testo tratto da pagina 32 e seguenti del libro.

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