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Le galline e la permacultura
19/03/2010 - Eduardo Montoya
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La «storia delle due galline», è un modo semplice e intuitivo per spiegare i fondamenti della permacultura e illustrare le profonde differenze esistenti tra essa e l’attuale modello di sfruttamento agro-forestale.

Nel numero di dicembre 2003 di Terra Nuova (vedi l'articolo "Permacultura: quando la natura insegna" di Luisa Valeria Sapia) è stato illustrato quello che è lo scopo principale della permacultura: la creazione, partendo da un punto di vista etico, di insediamenti umani sostenibili. Questo processo di progettazione poggia su precisi principi, provenienti da discipline diverse che vanno dall’ecologia, al risparmio energetico; dalla progettazione di giardini alle scienze dell’ambiente.

La «storia delle due galline» presentata con grande maestria da Patrick Whitefield, noto insegnante inglese di permacultura, nel libro Permaculture in a Nutshell, è un modo semplice e intuitivo di spiegare i fondamenti della permacultura. Il confronto tra una gallina d’allevamento in batteria e una gallina in permacultura è infatti emblematico delle profonde differenze esistenti tra i due sistemi.

La gallina d’allevamento intensivo
La gallina di batteria è allevata con un mangime a base di cereali coltivati in maniera intensiva e quindi con grande impiego di trattori (ed altre macchine agricole), fertilizzanti, pesticidi ed erbicidi chimici. Tutto questo implica un elevato consumo di energia, durante la produzione, la conservazione, il trasporto e l’uso; più una grande quantità di materie prime. In genere, nei mangimi destinati agli allevamenti industriali, al cereale di base è aggiunto un supplemento proteico, sotto forma di farina di pesce o di soia, spesso importata da paesi poveri, dove la popolazione locale soffre di carenze proteiche. Inoltre, in molti casi la soia proviene da terreni disboscati nelle foreste vergini e per il novanta per cento è ogm.

Tutte queste materie prime, in genere, sono lavorate in grandi mangimifici industriali, situati quasi sempre molto lontano dalla zona di produzione dei cereali e dagli allevamenti dove sono destinati ad essere consumati. Da qui i grandi costi, economici e ambientali, per il trasporto dei prodotti. Ma non è finita, la grande dimensione degli allevamenti intensivi richiede elevati fabbisogni d’acqua, notevoli quantità d’energia per l’illuminazione continua, la ventilazione forzata (necessaria per evacuare l’area viziata e per rinfrescare l’ambiente) e la movimentazione delle complesse attrezzature necessarie per la meccanizzazione dell’allevamento.

È inutile dire che il grande impiego di energia fossile, oltre a mettere in repentaglio le riserve di energia non rinnovabile del pianeta, produce molto inquinamento; mentre il benessere delle galline è assolutamente trascurato. L’unica cosa che viene considerata è la produzione di uova. Sicché dopo un breve ciclo produttivo, le ovaiole vengono uccise e le carcasse vendute come carne di scarsissima qualità o come mangime; il letame è considerato un inconveniente da eliminare, e l’idea che i nostri pennuti possano avere altro da offrire non è nemmeno contemplata....

Sempre nell'articolo:

>> La gallina della Permacultura
>> Non solo uova
>> Il pollaio/serra
>> Permacultura significa armonia ed equilibrio


La versione completa dell'articolo è disponibile sul numero arretrato di Terra Nuova - Marzo 2004


Letture consigliate:

- Introduzione alla permacultura
- Lezioni Italiane
- La rivoluzione del filo di paglia

 


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