Non è rosso, è blu il colore della Cina. Blu come le divise della polizia, dei volontari del popolo, delle giacche e cravatte, delle sale d’attesa. Blu cielo. Quello no. Almeno a Pechino, Beijing, la capitale del Nord. Arriviamo a Pechino alle 8.30 del mattino, dopo aver attraversato i monti Urali, il plateau tibetano, il deserto del Gobi, la bassa Mongolia.
Siamo sette ore avanti, è marzo anche qui, il cielo è grigio, di un grigio che Milano a confronto mi sembra una città ridente. All’uscita dell’aeroporto ci chiedono di passare dal desk del China Immigration Ispection; mentre un ragazzo giovanissimo vestito da ispettore cerca le uguaglianze tra la foto del passaporto e la mia faccia, guardo un dispostivo di feedback servizio-utente che mi chiede di premere un pulsante per giudicare la qualità del servizio. Scelgo «satisfied», ci fanno passare.
Lingua
La prima cosa che si nota a Pechino sono i cartelli in doppia lingua cinese/inglese, che aiutano visivamente a non perdersi nello sfasamento semiotico dei caratteri cinesi. Solo dopo ci accorgeremo che quei cartelli servono solo a noi, e che nessun cinese comune che incontri per la strada sarà in grado di indicarti una qualsivoglia Luky Street.
Il gap comunicativo, al di fuori di circuiti «protetti» come il business o l’università dove è facile comunicare in inglese, è così grande che ci avvertono fin dall’Italia. Per comunicare con il primo tassista che ci porterà all’università, il referente che tiene i contatti con il mio compagno per una conferenza sulla fisica atmosferica, ci invia un file con l’indirizzo da mostrare all’autista. Eppure il nome dell’università suona veramente così internazionale: Beijing Normal University. Ci viene da ridere.
L’inglese non si aggiudica il primato di lingua internazionale. È una cosa talmente nuova che molte persone salutano con un «hallo!», felici di conoscere questa parola. Le prime esperienze di comunicazione in inglese le abbiamo avute con bambini o bambine di otto, nove anni, che in bus cominciano una conversazione degna di qualsiasi english lesson: «What’s your name?», «How old are you?»… Tutto torna se si pensa alla giovane età dell’apertura incondizionata delle frontiere cinesi, della svolta economica filo-occidentale e quindi dell’insediamento dell’inglese nelle scuole.....
Sempre nell'articolo:
>> Mobilità e smog
>> Denaro e divise
>> Pechino non dorme mai
>> La Cina rurale
La versione completa dell'articolo "Pechino: la città che non dorme mai" di Eva Di Giovanni è disponibile nel numero di Ottobre 2009 di Terra Nuova.
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