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Pieni di soldi, poveri di alimenti
30/09/2009 - gab
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Secondo uno studio della Fao abbiamo perso il 75% del patrimonio alimentare. La nostra alimentazione si basa solo su quattro colture. Una comunità indigena thailandese cucina con 387 specie alimentari, di cui 62 frutti differenti.

Alcune specie alimentari sono minacciate d’estinzione. Per altre è già troppo tardi. Sono scomparse, o perchè il pianeta si è riscaldato, o perchè la foresta è stata trasformata in miniera, o semplicemente perchè la comunità che la coltivava l’ha abbandonata a favore del cibo industriale, simbolo di modernità.

Facendo due conti, il pianeta ha perso il 75% della biodiversità alimentare in cento anni, secondo una stima della Fao proveniente da uno studio condotto dall’Università McGill.

Esaminando 5 comunità indigene di altrettanti continenti, si è costatato che nei loro pasti la biodiversità è molto maggiore rispetto a ciò che si presenta sulle tavole di noi occidentali. La nostra alimentazione si basa infatti essenzialmente su quattro colture: mais, riso, soia e grano. Una comunità indigena thailandese di appena 600 anime cucina con 387 specie alimentari, di cui 62 frutti differenti.

Questa ricchezza sta però scomparendo, soprattutto a causa della progressiva diminuzione degli habitat delle comunità a favore delle monocolture. E poi ci sono episodi paradossali... come quegli indigeni thailandesi che si sono visti dichiarare i loro appezzamenti Parco Nazionale, quindi intoccabili e non più coltivabili.

Preoccupante è anche il legame tra perdita di biodiversità alimentare e malattia. Il cibo tradizionale, non trasformato, è più salutare, nutriente, quello industriale è responsabile di patologie come colesterolo e diabete.

Ma non tutto è perduto... Ad esempio gli Inuit dell’Isola di Baffin hanno deciso di reintegrare nella loro dieta ingredienti tradizionali, progressivamente abbandonati a favore dei surgelati. Oggi, più del 40% delle calorie quotidiane assunte proviene da cibi della loro tradizione, dieci anni fa era solo il 31%.

Fonte: Slowfood.it

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