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Cani e gatti: scatolette, avanzi o cibi preparati in casa?
01/07/2009 - F.G.
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I cibi industriali, generalmente di bassa qualità, possono contenere "appetizzanti" che rendono l'animale dipendente ad uno specifico marchio. Qual'è quindi la scelta migliore per offrire loro una dieta sana ed equilibrata?

E come decifrare le etichette degli ingredienti ed orientarsi fra le mille offerte del mercato? E se preparassimo la pappa in casa?

Fido fidelizzato suo malgrado. Può essere un effetto collaterale dei cibi pronti industriali contenenti appetizzanti, sostanze chimiche che gli fanno sentire un sapore così speciale da indurlo a trovare scipito tutto il resto. E coi cibi industriali possono anche manifestarsi intolleranze alimentari. Le pubblicità mostrano gattoni bellissimi che aspettano impazienti mentre una mano versa la scatoletta nel piattino.

Mostrano cani atletici e scattanti che quasi volano verso la ciotola piena di crocchette. Altrettanto entusiasmo a volte viene esternato anche dagli animali di casa, che giungono a manifestare chiaramente di preferire il cibo industriale di una ben precisa marca. Tutto il resto, quando si prova a offrirglielo, lo accolgono semmai con degnazione.

Scarti per il 90%
Scatolette e croccantini agli animali domestici piacciono così tanto: dobbiamo forse supporre che li apprezzino perché glieli indica come salutari l’istinto, quello stesso istinto in base al quale un gatto mai e poi mai mangerebbe qualcosa di avariato?
«Di solito i cibi industriali per animali domestici derivano al 90% da scarti non commestibili dell’alimentazione umana, assemblati in vario modo e poi trattati con additivi, appetizzanti e preservanti chimici», risponde Stefano Cattinelli, medico veterinario a Trieste, specializzato in omeopatia e fiori di Bach (per Terra Nuova ha pubblicato il libro «Amici fino in fondo», nda).
«Dermatiti e gastroenteriti si sono diffuse nei cani e nei gatti a partire dal boom delle scatolette e delle crocchette d’origine industriale». Va al nocciolo della questione Andrea Sergiampietri, anche lui medico veterinario a Trieste. «Fino ad una decina di anni fa i veterinari quasi non studiavano dermatologia all’università. Ora le patologie della cute rappresentano il 60-70% della pratica clinica. C’entra l’inquinamento, certo, ma anche l’alimentazione».

Il dottor Cattinelli approfondisce il ragionamento, affermando che i cibi industriali, innaturali e farciti di sostanze chimiche, «hanno saturato gli animali: così noi veterinari dobbiamo sempre più curare diarree, problemi di pelle, otiti». Le aziende, prosegue, hanno provato a rispondere senza cambiare sostanzialmente strada: «Hanno diversificato l’offerta e così sono nate le confezioni di cibo per cani e per gatti al coniglio, all’anatra, al fegato, al fagiano... con l’obiettivo di offrire prodotti più adatti alle esigenze degli animali». Un obiettivo che non si direbbe raggiunto. «E in ogni caso non esistono informazioni cliniche sulla tossicità alimentare cronicizzata. Nessuno è interessato a farli»....

Sempre nell'articolo:

> I gatti sono più furbi
> Attenzione alle etichette
> Preparare la pappa in casa
> Eliminare la chimica
> Un collare antipulci al naturale
> Box 1: Una dieta equilibrata
> Box 2: Cani vegetariani?
> Box 3: Decifrare l'etichetta

La versione completa dell'articolo è disponibile nel numero di Luglio-Agosto 2009 di Terra Nuova.

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