La decrescita felice per qualcuno è cominciata.
Calzolai e ciabattini, i piccoli riparatori sottocasa, che fino a ieri consideravamo un reperto archeologico, oggi possono esercitare felicemente la loro professione. Il rallentamento dei consumi non causa per forza una perdita di lavoro. Risuolature, lucidature, riparazioni, sostituzione dei tacchi: quest’anno per loro il lavoro non manca. Certo, per chi ha dovuto subirla, la decrescita è decisamente più infelice. In particolare per gli impiegati nel settore calzaturiero, uno dei pilastri storici dell’economia italiana che la crisi economica e finanziaria erode alle fondamenta. Ad andare in crisi, però, è un intero modello produttivo basato sul richiamo della moda e sulla continua espansione dei mercati.
Sul fronte del mercato interno, intanto, si affaccia un nuovo popolo di «consum-attori», più restio ai richiami del mondo della moda, che preferisce orientarsi su criteri etici ed ecologici e scegliere in base al prezzo o ai bisogni reali. Anche per le calzature molti gruppi d’acquisto si sono impegnati a cercare i produttori di qualità, in grado non solo di sbandierare il made in Italy, ma di di garantire una filiera etica e trasparente. Prima di metterci un paio di scarpe potremmo insomma essere curiosi di sapere da dove vengono. E magari dove ci portano.
Pulitevi le scarpe!
Alla stazione di Bologna campeggiano i video spot con Marcello Lippi, neotestimonial contro la contraffazione, che con una spinta abbatte una formazione taroccata: i giocatori cadono uno ad uno giù come birilli. Il messaggio è chiaro, ma qual è il prodotto autentico made in Italy? Nel distretto calzaturiero marchigiano, patria di un’eccellenza produttiva, si registra un fatturato complessivo di 3 miliardi, a cui fanno da controaltare i 900 milioni delle false calzature made in Italy. La produzione cinese contro quella italiana.
Ma la produzione nostrana qualche sassolino nella scarpa ce l’ha da tempo. Molte di queste stesse aziende, oltre ad affidarsi a terzisti stranieri, da diversi anni hanno dislocato le produzioni in Romania, Polonia, Corea, Taiwan.
Cos’è che dovremmo difendere con il made in Italy?
La vendita di un marchio?
E chi sono i produttori?
Da dove vengono le materie prime?
Come si giustifica il prezzo?
La versione completa dello Speciale Consumo Critico è disponibile nel numero di Giugno 09 di Terra Nuova.
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