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Psicofarmaci e depressione bipolare
Ciao a tutti! Vorrei ringraziarvi per la bellissima rivista che leggo con molto piacere. Ho un quesito che vorrei porvi. Mia sorella ha 38 anni, soffre di depressione bipolare e assume psicofarmaci da 16 anni. Ha fatto sedute di psicoterapia, ha provato ad interrompere l'assunzione di farmaci, ha cercato cure alternative ma niente da fare. L'ansia, l'agitazione e i brutti pensieri tornano sempre. Così si riparte con gli psicofarmaci che non la fanno vivere bene ma la fanno almeno vivere.
Nei vostri articoli leggo della tossicità che gli psicofarmaci hanno e allora vi chiedo: sapete indicarmi una strada alternativa, a chi può rivolgersi mia sorella per cambiare tipo di medicine e curare il suo tipo di depressione? Ho letto nei foglietti illustrativi degli psicofarmaci che assume che quando se ne interrompe l'uso si possono avere degli effetti collaterali simili a quelli per i quali i farmaci si assumono (ansia, rabbia, insonnia, pensieri suicidi ecc.). Come si fa a sapere se una volta interrotta l'assunzione del farmaco le sensazioni avvertite sono tali per una sorta di astinenza da farmaco o se sono invece frutto della malattia? Cioè, se si resta per molto tempo senza assumere lo psicofarmaco è possibile che le sensazioni e i pensieri negativi passino? Non so a chi rivolgermi per aiutarla perché il medico di base e lo psichiatra vanno avanti con le loro convinzioni, mia sorella ha alti e bassi perché non accetta le medicine e ogni tanto le sospende. Sta vivendo una vita in salita e anche in solitudine, gli psicofarmaci le tolgono anche il lato bello del suo carattere. Grazie mille per ogni consiglio che mi darete, un saluto a tutti, Simona Flamigni
Risponde il dottor Giulio Murero
Cara Simona, come è evidente anche da quanto ci racconti, gli psicofarmaci non hanno la possibilità di risolvere problemi, ma regolarmente li aggravano e ne introducono di nuovi, tra cui appunto impoverimento spirituale e dipendenza. Se un tempo non lontano erano solo gli psichiatri (ma non tutti) che promuovevano cure farmacologiche per la mente (fa parte della cosiddetta gestione terapeutica psichiatrica, quello di convincere la persona ad assumere farmaci affermando che otterrà dei risultati certi), mentre i medici di famiglia erano sostanzialmente contrari, oggigiorno la maggior parte di questi ultimi, spesso in buona fede, sono pienamente coinvolti e i farmaci che danno dipendenza sono ovviamente i più remunerativi. La dipendenza dagli psicofarmaci è del tutto simile alla dipendenza dalle droghe, con l’aggravante che i primi vengono promossi da parte di chi invece dovrebbe mettere in guardia dal loro uso, visto che l’unica conferma scientifica è relativa alla loro tossicità e pericolosità, il resto sono solo congetture mai confermate. Un’alternativa a droghe e psicofarmaci non esiste: non ci può essere alternativa a qualcosa di sbagliato, si tratta semplicemente di non farla. Comprendere l’origine di uno stato d’animo sofferente non è mai semplice e non vi sono ovviamente ricette uguali per tutti. C’è da dire però che il danno da psicofarmaci non è semplicemente fisico, ma direi soprattutto psicologico perché inevitabilmente induce demoralizzazione, con il falso pensiero di avere misteriose malattie mentali (prive anch’esse di basi medico-scientifiche) e quindi di sentirsi diversi, incompleti, impotenti; e induce anche un sentimento (altrettanto pericoloso) di irresponsabilità personale, per il sentirsi inevitabilmente malati di qualcosa che non dipende da noi stessi. Mentre invece la persona deve assolutamente essere indotta a reagire e a provvedere con risorse proprie a cambiare il proprio stato che non è mai insolubile. Solo così la si potrà realmente aiutare nel suo percorso. La via del miglioramento passa inevitabilmente quindi attraverso un allontanamento ideologico e fisico da individui che l’hanno convinta ad intraprendere una strada che può solo aggravare il suo stato.
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