Chi penserebbe mai di trovare antibiotici, antidepressivi o addirittura metaboliti della cocaina nei fiumi italiani? Certamente il cittadino è tranquillo: non parrebbe sospettabile né possibile una tal sorta di contaminazione ambientale. Invece è una realtà, e anche preoccupante, tanto che l’Emea, l’agenzia europea per il controllo dei farmaci, sta discutendo alcune linee guida regolatorie per arrivare almeno a valutare con certezza il rischio ambientale dell’inquinamento
delle acque dovuto a farmaci.
In Italia del problema si è occupato in particolar modo l’Istituto Mario Negri di Milano, grazie ad un team di esperti guidato da Ettore Zuccato in collaborazione con l’università di Varese. I risultati di numerose analisi in alcuni dei maggiori fiumi italiani, come il Po, il Lambro e l’Adda, sono stati pubblicati di recente sulle riviste scientifiche e inducono a conclusioni non proprio rassicuranti.
«Molti dei farmaci che assumiamo» ha spiegato il dottor Zuccato «vengono escreti insieme alle urine e alle feci come tali, senza essere metabolizzati, oppure come metaboliti attivi. Assieme alle acque fognarie raggiungono i grandi depuratori urbani, quando ci sono, che degradano le sostanze chimiche molto semplici ma non i farmaci. La loro diffusione nell’ambiente acquatico avviene quindi senza ostacoli. I principi attivi non vengono rimossi o distrutti dai depuratori e si riversano in fiumi e laghi, contribuendo così ad un inquinamento diffuso. Si calcola che più del 70-80% dell’inquinamento da farmaci abbia questa origine, mentre tutte le altre fonti, come inquinamento industriale, smaltimento improprio o illegale contribuiscano per il restante 20-30%. In questo modo, tonnellate di sostanze attive, come antibiotici, antineoplastici, estrogeni e tanto altro si riversano ogni anno nelle acque».
La persistenza
Una volta nell’ambiente, il farmaco, a seconda delle sue caratteristiche chimico-fisiche, viene degradato oppure può persistere a lungo andando ad accumularsi. Farmaci come l’eritromicina, la ciclofosfamide, il naproxene, il sulfametossazolo hanno una vita media nell’ambiente superiore a un anno; mentre altri, come ad esempio l’acido clofibrico ha una persistenza media di circa 21 anni.
«Una delle prime campagne di monitoraggio è stata condotta in Italia proprio da noi e pubblicata su The Lancet» spiega ancora Zuccato. «Questa ricerca», prosegue il ricercatore «ci ha permesso di dimostrare che nelle acque lombarde e nei sedimenti dei fiumi Po, Lambro e Adda, nonché negli acquedotti di Varese e Lodi sono stati trovati antibiotici, antitumorali, antinfiammatori, diuretici, antidepressivi e inoltre bezafibrato, ranitidina, spiramicina; poi diazepam e clofibrato nelle acque potabili di Lodi e tracce di diazepam a Varese».
La versione completa dell'articolo "Farmaci nel rubinetto" di Claudi Benatti è disponibile sul numero di maggio di Terra Nuova.
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