Sono ormai decenni che celebriamo l’importanza delle arti nell’ambito della terapia e della crescita personale. Rispetto alle altre discipline, però, sulla scrittura pesano un po’ di pregiudizi, forse perché utilizza il solito linguaggio ordinario che usiamo tutti i giorni, quello verbale. La sua debolezza però è anche la sua forza: rispetto alla pittura, alla musica, o alla danza ha un valore aggiunto non trascurabile.
La scrittura, con la giusta predisposizione, da una parte permette di dar libero sfogo ad aspetti inconsci del proprio vissuto, dall’altra consente di confrontarsi con sé stessi, dando spazio alla riflessione e all’autovalutazione. Insomma è un’arte che per essere sviluppata richiede un armonico integrarsi del lato istintivo al lato cognitivo-razionale. Con qualche precauzione: bisognerebbe semplicemente permettere al lato creativo di emergere e di non rimanere soffocato dalle redini dell’intelletto. Un’attenzione a cui ci può venire in soccorso la corporeità, nell’attivazione fisica, con la bioenergetica o i giochi di relazione. Per scrivere bisogna prima di tutto percepire, cogliere dettagli e sfumature: in una parola “fare esperienza”.
Spesso, nelle scuole di scrittura creativa più blasonate, gli insegnanti si limitano a trasmettere delle tecniche per mettere in ordine delle belle frasi. La finalità rimane quella di tirar fuori dei componimenti gradevoli. In sintesi si concepisce la scrittura come fine e si trascura le sue potenzialità come semplice mezzo. E’ uno strumento che può essere utile per esplorarsi, conoscersi e concedersi un po’ di creatività per realizzarsi nella vita. E non solo per farsi leggere da qualche amico o parente!
La scrittura ci permette di “mettere nero su bianco” le emozioni che nascono di getto, anche quelle più sepolte e difficilmente gestibili nella comunicazione orale. Allo stesso tempo la necessità di fare una revisione stilistica ci dà l’occasione di filtrare, riordinare, e riflettere su ciò che abbiamo espresso. Quando si scrive, emisfero destro ed emisfero sinistro prima o poi si incontrano. Forse più di ogni altra arte la scrittura ci richiede di mescolare il bagaglio emotivo, l’esplorazione dei nostri abissi, con razionalità, capacità di sintesi e di selezione. Sui fogli di carta spontaneità e rielaborazione possono andare a braccetto.
James Hillman, celebre scrittore e psicologo junghiano, riconosce al poeta stesso un antico ruolo di terapeuta. Il ruolo di “riportare l’anima dalla Prosa alla Poesia”. Con l’attività poetica si attua una “redenzione della psiche” dal “suo pedestre realismo a un risveglio della sensibilità, nell’intimità dei ricordi”. Secondo Hillman lo scrittore-poeta è stato rimpiazzato oggi, dalla figura del terapeuta, che non dovrebbe mai dimenticarsi di questa antica funzione.
Se è vero che la letteratura mondiale è piena di persone tristi che si sono legate alle sedie e si sono votate alla castità pur di scrivere, ci piace pensarla con Italo Calvino, che la scrittura, serva cioè ad alleggerire la vita e non ad appesantirla. Un’arte in grado di salvarci dalla “pesantezza, dall’inerzia e dall’opacità del mondo”. Pesante in fondo è la superficialità che ci sommerge, l’immondizia verbale, il surplus di pensieri distorti, l’analfabetismo emotivo che campeggia anche negli ambienti cosiddetti colti.
Fonte:
www.evolversi.it