Solo negli ultimi anni, il crescere delle allergie e degli allarmi sui rischi legati all’intimo contatto dell’epidermide con tessuti di sintesi hanno fatto riscoprire le fibre naturali e il cotone in primis, la cui produzione è in forte incremento. «Purtroppo non basta rivolgersi a cotone, lino, seta o canapa – spiega l’agronomo Gino Parenti – per essere sicuri di indossare un tessuto naturale, perché oltre alla materia prima conta anche il metodo di produzione e i trattamenti effettuati prima o dopo la coltivazione della fibra».
Nel caso specifico del cotone sono state intraprese due strade: da una parte la coltivazione biologica che per assunto evita l’impiego di concimi e pesticidi di sintesi, dall’altra l’introduzione di varietà modificate geneticamente per resistere ad alcuni parassiti del cotone.
Con quali risultati?
Il boom del cotone bio
Nei primi anni ‘90, La Rhea Pepper, stanca d’irrorare pesticidi nei suoi campi di cotone si chiedeva come passare ad un metodo di coltivazione meno inquinante senza mettere in crisi l’economia della propria azienda. Nacque così la scelta del cotone biologico. Nel 1993, La Rhea e suo marito Terry furono tra i fondatori della Cooperativa Texana per il Cotone Biologico (Tocmc), a cui oggi aderiscono 54 aziende agricole, con più di 5mila ettari coltivati
principalmente a cotone e che oggi producono un terzo del cotone biologico made in Usa.
Quando i soci della cooperativa si resero conto della crescente domanda di prodotti di cotone bio destinati al mercato femminile, nel 1996 fondarono l’Organic Essentials Inc. In seguito allo sviluppo di una linea di tamponi, batuffoli, dischetti cosmetici e assorbenti, tutti rigorosamente bio, l’azienda ha raggiunto in pochi anni un fatturato di un milione di dollari, facendo registrare nel 2001 una crescita del 50 per cento rispetto al 2000 che a sua volta aveva segnato un incremento del 41 per cento rispetto al 1999.
Nel 2000, secondo l’Organic Trade Association (Ota) del Massachusetts, negli Usa sono stati coltivati complessivamente 6.500 ettari di cotone, tra bio e in conversione, 15 volte di più rispetto al 1990. Un incremento inaspettato, certo ancora trascurabile se si considera la grande quantità di cotone convenzionale prodotto a livello mondiale (oltre 87milioni di balle contro le 67mila del cotone biologico), ma molto significativo se si considera che si tratta di una delle colture più inquinanti, tanto da consumare il 25 per cento di tutti i pesticidi irrorati ogni anno sul pianeta.
La spinta dei consumatori
La signora Pepper, oggi anche presidente dell’Organic Essentials, attribuisce la crescita dell’azienda e del mercato del cotone biologico alla «crescente consapevolezza, da parte dei consumatori, che il metodo di produzione biologico non è importante solo per il cibo». L’attenzione alla qualità della vita che ha costretto molte aziende ad un repentino adeguamento delle proprie strategie.
Perfino la Nike, oggetto in passato di numerose campagne di boicottaggio per la sua politica di sfruttamento del lavoro minorile in alcune zone del sud del mondo, sta cavalcando oramai l’onda del biologico, per riverniciare di verde la propria immagine. La famosa azienda dell’Oregon, è oggi il più grande acquirente interno di cotone biologico....
La versione completa dell'articolo è disponibile nel numero arretrato Gennaio 2004 di Terra Nuova - Formato elettronico
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